Facebook censura i nudi (anche quelli artistici): proteste in Australia

Qual è il limite tra la censura vera e propria e la rimozione di contenuti illegali?
Censura

Mossgreen, galleria d’arte di Melbourne, in Australia, ha accusato Facebook di “vivere negli anni ’50”. Al centro del dibattito, un quadro che ritrae dei nudi femminili. E che non sarebbe gradito al programma di sponsorizzazioni del social.

Il quadro ‘incriminato’

La vicenda è piuttosto semplice. La Mossgreen ha creato un video, composto da una collezione di quadri realizzati dagli artisti della propria galleria. Per diffondere le proprie opere, allargando l’audience potenziale, i gestori hanno pensato di sponsorizzare il video sulla pagina Facebook ufficiale. In uno dei quadri ritratti, Women Lovers, di Charles Blackman, sono raffigurate due donne, addormentate, su un letto. Della prima si vede la schiena, della seconda un accenno di seno.

Per questa ragione, Facebook ha stoppato la sponsorizzazione del video. Dalla galleria hanno quindi annunciato di essere stati obbligati a rimuovere il frame, per poter rilanciare il filmato:

«Il post non è stato sponsorizzato perché viola le nostre linee guida sugli ads, dal momento che sponsorizza prodotti o servizi per adulti, tra cui giocattoli, video e prodotti per il miglioramento delle prestazioni sessuali»: ecco come Facebook ha motivato la scelta. Scelta che non è andata a genio, chiaramente, all’artista e ai gestori della Mossgreen.

«Non riesco ancora a crederci a essere onesto», spiega Paul Summer, Chief Executive della galleria al Guardian. «Mi sembra di non essere più nel 21esimo secolo. È come se Facebook vivesse negli anni ’50. Non c’è niente di sessuale nell’immagine. E mi chiedo: perché Facebook presume che quando le persone guardano una figura nuda vedano un oggetto sessuale?».

Il precedente italiano

La vicenda rimanda alla “censura” operata dal social di Mark Zuckerberg a inizio anno, stavolta in Italia. Elisa Barbari, gestore di una pagina fan dedicata alle bellezze di Bologna, si vedeva rifiutare una sponsorizzazione per la stessa ragione: la statua di Nettuno, uno dei simboli della città, “conteneva materiale sessualmente esplicito”, perché è nuda.

L’azienda è stata poi costretta a scusarsi: «Bloccare l’immagine è stato un errore».

Le due vicende sono certamente delicate. Facebook, in quanto azienda privata, è libera di vietare qualunque tipo di sponsorizzazione o contenuto desideri. E in alcuni casi è sacrosanto rimuovere post sessualmente espliciti: nel caso di uno stupro in diretta, avvenuto in Svezia, il social e le autorità sono intervenute in maniera coordinata per evitare ulteriori diffusioni.

Ma fino a che punto un ‘luogo’ dove si raccolgono ogni giorno miliardi di persone, cittadini, artisti, politici, può essere regolato sulla base dei ‘capricci’ di un algoritmo? Dov’è il limite tra la prevenzione di un crimine e la censura? Forse questo tipo di decisioni non dovrebbero essere lasciate alla discrezione esclusiva di un’azienda privata…

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