“Facebook è razzista”. L’accusa degli attivisti: “Questo strumento è inquietante”

Accuse di razzismo per il social di "Zuck" a causa della segmentazione degli utenti per gli annunci Facebook
Facebook è razzista? Non si placano le polemiche sulla nuova profilazione degli ads

Negli USA la notizia circola già da qualche giorno, ma in Italia è passata praticamente sotto silenzio: la profilazione degli utenti per gli annunci Facebook avrebbe una connotazione razzista.

A rivelarlo per prima è stata ProPublica, redazione non-profit di giornalismo investigativo, che ha analizzato i più recenti cambiamenti degli ads del social più usato al mondo.

Ieri è arrivato il forte attacco da parte del NAACP Legal Defense Fund, associazione che si batte per le libertà civili degli americani. In un’intervista a Mashable, il vice direttore ha dichiarato:

«C’è sempre stato, in questo Paese, un mercato della discriminazione».

Cerchiamo di capire cos’è successo.

Facebook razzista: l’analisi di ProPublica

«Immaginate se, al tempo delle leggi “Jim Crow”, un giornale avesse offerto agli inserzionisti l’inserimento di annunci solo nelle copie vendute ai lettori bianchi».

Così comincia, con un paragone storico, il pezzo di Julia Angwin e Terry Parris Jr. su ProPublica.

Le leggi “Jim Crow”, si riferiscono al periodo storico (siamo a fine ‘800) in cui diversi stati del Sud emanano delle norme per rendere sistematica e “legale” la pratica della segregazione razziale per i neri e gli altri gruppi etnici minoritari.

Per descrivere la gravità della situazione, ProPublica spiega che è proprio quello che sta succedendo oggi.

Come in molti sanno, gli ads di Facebook possono essere profilati su una serie molto vasta di parametri. Età, sesso, provenienza geografica, interessi. Nell’ultimo aggiornamento della piattaforma, è stata introdotta anche l’affinità etnica (Ethnic Affinities).

«Gli annunci pubblicitari che escludono le persone in base alla razza, al genere o ad altri fattori sensibili sono proibiti dalle leggi federali», scrivono Angwin e Parris.

John Relman, avvocato molto conosciuto negli States per le sue battaglie sui diritti civili, contattato da ProPublica ha commentato: «È un fatto orribile e assolutamente illegale. Si tratta di una sfacciata violazione della legge federale sull’Housing».

La risposta di Facebook

Non appena il pezzo di ProPublica è stato pubblicato, la dirigenza del Social è corsa ai ripari con un comunicato.

«Il nostro impegno è di fornire alle persone un’esperienza di qualità quando postano un annuncio pubblicitario. Il che include la possibilità per le persone di vedere solo quei messaggi che siano rilevanti per l’orizzonte culturale a cui sono interessati e che abbiano un contenuto che rifletta o rappresenti le proprie comunità».

Cionondimeno, qualche giorno dopo, la dirigenza del social network annunciava una mezza marcia indietro. Un portavoce dell’azienda dichiarava:

«Vista la preoccupazione generata dal nostro strumento per l’affinità etnica, abbiamo incontrato i nostri azionisti per ascoltare la loro opinioni e idee su come Facebook può meglio proseguire la sua battaglia contro la discriminazione. Gli annunci pubblicitari discriminatori non hanno posto su Facebook».

In realtà, come spiegava Mashable, il tool non veniva completamente abolito. Veniva solo rimosso dagli ads riguardanti compravendita e affitto di abitazioni, annunci di lavoro e credito, dal momento che le leggi citate proibivano esplicitamente la discriminazione su questi temi.

Non si placano le polemiche sul social

Tutto ciò non è bastato alle associazioni per i diritti civili. Ecco perché, ieri, è arrivato il pesante attacco del NAACP Legal Defense Fund. A cui si è aggiunto il Racial Justice Project dell’ACLU. Rachel Goodman, avvocato del progetto, ha infatti dichiarato che Facebook è stata “poco precisa” sui dettagli di rimozione dello strumento.

«La targetizzazione attraverso l’affinità etnica è particolarmente inquietante, ma non è l’unica proibita dalla legge: c’è la discriminazione di genere, religione, nazionalità e così via», spiega Goodman.

Nel frattempo è arrivata anche una querela, a nome Suzanne-Juliette Mobley, cittadina del Nord Carolina, che ha agito per conto di un gruppo di utenti Facebook dello stato americano. Nella querela si legge, tra le altre cose, che nello strumento Ethnic Affinities non è permesso escludere “i bianchi o gli americani caucasici dalla audience”.

Foto: zeevveez on Flickr

Categorie
Advertising
Nessun commento

Lascia un commento

*

*

Articoli collegati

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close