Fake news: anche il Washington Post ci casca

Un titolo sensazionalistico del giornale americano desta scalpore: prima diventa virale, poi viene "smascherato"
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“Gli hacker russi hanno penetrato la rete elettrica USA attraverso una centrale in Vermont, dicono ufficiali USA”

Così titolava su Internet il Washington Post, uno dei più autorevoli quotidiani americani alle 19:55 (ora locale) del 30 dicembre. E la notizia è diventata virale in pochissimo tempo. Anche perché negli Stati Uniti ormai non si discute d’altro: vi parlavamo proprio pochi giorni fa, del report che FBI e Dipartimento di Sicurezza hanno messo insieme riguardo l’attacco hacker che il Paese ha subito negli ultimi mesi di campagna elettorale. Un attacco sistematico, partito già nell’estate del 2015. E che l’intelligence USA ha ribattezzato “Grizzly Steppe”, il Grizzly della steppa, per indicarne la chiara provenienza russa.

Con la storia della centrale elettrica del Vermont, però, il Washington Post ha preso un mezzo abbaglio. Vi spieghiamo perché.

Grizzly Bear colpisce ancora?

Nell’articolo del Washington Post si fa esplicito riferimento a Grizzly Bear. E si spiega che un pezzo di codice realizzato dagli hacker russi è stato individuato nel sistema di controllo di una centralina del Vermont, collegata alla rete elettrica degli Stati Uniti:

Anche se i russi non hanno usato attivamente il codice per disturbare le operazioni nella centrale […] la penetrazione nel sistema elettrico nazionale è significativa perché rappresenta una vulnerabilità potenzialmente grave”.

All’interno dell’articolo dunque, si rincara la dose: gli hacker russi sarebbero penetrati all’interno del sistema elettrico nazionale. Una tragedia potenziale, per un Paese che basa la propria economia e la propria vita sull’energia elettrica. Leggendo il titolo, in molti si aspettavano gravi disagi su scala nazionale.

Il debunking di Forbes

Forbes ha realizzato una sorta di cronologia del pezzo del Post, per ricostruire le fasi che hanno portato al cambiamento di quel titolo iniziale, in un più cauto. Eccolo:

Un’operazione russa ha hackerato una centrale in Vermont, indicando rischi per la sicurezza della rete elettrica USA, dicono fonti ufficiali”

In questo caso è sparito completamente il riferimento all’intrusione (considerata come già avvenuta) degli hacker russi nella rete elettrica nazionale. Perché questa marcia indietro?

Perché il titolo era un fake, semplicemente. Già un’ora e mezza dopo la pubblicazione, il Post apportava delle modifiche all’articolo, con nuove informazioni. Si faceva qui riferimento a più computer, non solo a uno come precedentemente indicato. E si sottolineava come gli ufficiali preposti stessero raccogliendo ulteriori dati sull’accaduto. “Un’investigazione tenterà di determinare il timing e la natura dell’intrusione”: niente conferme ufficiali, dunque, sull’avvenuto attacco.

Alle 21:37 (data locale), arriva un comunicato ufficiale dall’azienda proprietaria della centralina, per ridimensionare l’avvenimento e smentire in parte le dichiarazioni del Post. Burlington Electric spiega che il malware è stato rilevato “in un solo portatile non connesso con la rete elettrica dell’azienda. Abbiamo immediatamente agito per isolare il computer e allertato gli ufficiali federali del ritrovamento”.

Alle 22:30, il Post ha cambiato il titolo del pezzo, riportando le dichiarazioni della Burlington.

Secondo Forbes, però, anche il secondo titolo è fuorviante. Non ci sarebbe infatti ancora alcuna prova di un’operazione coordinata dalla Russia per l’intrusione nel sistema elettrico statunitense:

«Il malware in questione è disponibile per l’acquisto online. Il che significa che chiunque potrebbe averlo usato: la sua mera presenza non è garanzia di un coinvolgimento del governo russo. E ancora: un’infezione da malware può arrivare da fonti diverse, basta semplicemente visitare un sito web infetto. La mera presenza del malware su un computer, quindi, non indica necessariamente che gli hacker del governo russo hanno lanciato un attacco coordinato».

Quando un titolo fa la differenza

Insomma, anche i migliori sbagliano. Come spiega Forbes, l’accaduto è un ulteriore monito su come le notizie false o tendenziose possono arrivare anche ai livelli più elevati del sistema di informazione mondiale. Succede quando “i giornali falliscono nel verificare in maniera appropriata i fatti.

Si tratta di un rischio grave per la qualità delle informazioni che arrivano ai cittadini/utenti. E quindi, per la qualità della democrazia. È particolarmente fuorviante tentare a tutti i costi di creare un titolo a effetto, che però non corrisponde al contenuto effettivo di un articolo: questo perché il 60% degli utenti dei social, condividono i link senza cliccarci sopra, basandosi esclusivamente sui titoli. Lo dice una ricerca.

Azzeccare il titolo giusto, dunque, è ciò che fa diventare virale una notizia: e quella del Post è stata re-twittata persino dalla CNBC, che poi ha dovuto ritrattare. Ma qual è il confine tra un titolo accattivante e uno completamente ingannevole? Possiamo rinunciare alla verità per una manciata di clic?

Foto: Esther Vargas

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