Fake News: la proposta di Pitruzzella (Antitrust) è un Tribunale della Verità?

La proposta del Presidente dell'Antitrust italiano è sembrata a molti una forzatura: il rischio censura è dietro l'angolo
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Proposta concreta per limitare la circolazione di notizie false online o Tribunale della Verità, imposizione censoria delle autorità sulla libertà della Rete? Sono giorni di dibattito in Italia. Da quando, nel post-Referendum, tutti incredibilmente si sono accorti della circolazione delle bufale su Facebook e Google.

Fanno discutere casi eclatanti, come le false dichiarazioni di Gentiloni girate online a ritmi impressionanti. O le bufale sul Referendum, tra le più condivise nel periodo di campagna elettorale.

Oltreoceano, ma anche da noi, parlano di post-Verità, soprattutto in riferimento alle recenti elezioni USA. Facebook è sotto attacco, per via delle bufale circolate sul social in campagna elettorale, che avrebbero fatto vincere Trump. Anche Google è sotto pressione, perché il suo algoritmo premia i siti negazionisti della Shoah. Anche l’informazione ufficiale, quando non fa bene il proprio mestiere, è sotto accusa.

Il dibattito si ferma però spesso alla soglia delle soluzioni. Come si può rischiare di regolamentare il settore dell’informazione senza “cadere” nella censura? Il Presidente dell’Antitrust italiano, Giovanni Pitruzzella, ha lanciato la sua proposta in un’intervista al Financial Times. Scatenando la forte reazione del mondo politico e giornalistico italiano.

L’agenzia europea proposta da Pitruzzella

«La Post-Verità in politica è uno dei driver del populismo e una delle minacce alle nostre democrazie. Siamo a un bivio: dobbiamo scegliere se lasciare Internet così com’è, il selvaggio west, o se ha invece bisogno di regole che tengano conto del modo in cui la comunicazione è cambiata. Io credo che abbiamo bisogno di fissare queste regole».

Comincia così, l’intervista di Pitruzzella al FT. Che sostiene che il compito di regolare la Rete non possa essere lasciato nelle mani di attori privati, come Facebook e Google: «Non è il lavoro di un’entità privata controllare le informazioni. Storicamente, questo è un lavoro per i pubblici poteri, che devono garantire che le informazioni siano corrette».

E propone l’istituzione di un ente “terzo”, indipendente dai governi nazionali, che abbia il potere di intervenire “rapidamente se l’interesse pubblico è danneggiato”. Una vera e propria «rete di organismi nazionali indipendenti ma coordinata da Bruxelles e modellata sul sistema delle autorità».

Ieri, in una lettera inviata al Corriere della Sera, Pitruzzella ha chiarito il suo pensiero.

«In un sistema di informazione radicalmente decentralizzato aumentano notevolmente le possibilità che [le fake news] siano create e messe in rete». Di fronte a questo problema, le soluzioni sarebbero due. «Da una parte si può affidare alle grandi piattaforme il filtraggio delle informazioni che fanno passare dai loro “cancelli”». E quindi affidare sostanzialmente ai gatekeepers, ai privati come Facebook e Google, il ruolo di ‘poliziotti’ della verità, che vigilano sulla diffusione delle bufale, modificando e adattando i propri algoritmi allo scopo.

Oppure, come già sosteneva sul FT, «potrebbero introdursi istituzioni specializzate, terze e indipendenti che, sulla base di principi predefiniti, intervengano successivamente, su richiesta di parte e in tempi rapidi, per rimuovere dalla Rete quei contenuti che sono palesemente falsi o illegali o lesivi della dignità umana».

Le polemiche

Alla proposta non poteva che rispondere Beppe Grillo. Il suo Movimento è stato probabilmente il primo in Italia a strutturarsi sulla Rete, in maniera capillare, grazie al lavoro della Casaleggio Associati. Un lavoro di ‘insediamento’ sulla Rete che non manca di suscitare perplessità e preoccupazioni (come abbiamo visto sulla pratica del clickbait, per esempio).

Grillo ha risposto a Pitruzzella, ovviamente, a modo suo. Sul blog e con una parolaccia: “Le post-ca**ate dei nuovi inquisitori”.

«Ora che nessuno legge più i giornali e anche chi li legge non crede alle loro balle, i nuovi inquisitori vogliono un tribunale per controllare internet e condannare chi li sputtana. Sono colpevole, venite a prendermi».

E definisce l’intervista di Pitruzzella come “a metà strada tra il delirio d’onnipotenza e l’ignoranza completa di come funzioni il web”.

Non è tutto. In un post successivo, fa una contro-proposta, non si capisce quanto provocatoria o seria:

«I giornali e i tg sono i primi fabbricatori di notizie false nel Paese con lo scopo di far mantenere il potere a chi lo detiene. Sono le loro notizie che devono essere controllate. Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media».

Come spiegava BuzzFeed qualche settimana fa, Grillo avrebbe tutto da perdere da un meccanismo anti-bufala online. Secondo il sito americano, al centro della strategie online del M5S ci sarebbe la Casaleggio Associati, con una galassia di siti di contorno. Un ‘sistema’ che diffonde notizie false o volutamente esagerate per ragioni di lotta politica o semplicemente a caccia di clic. “Movimento Cinque Stelle Primo In Europa A Diffondere Notizie False E Propaganda Russa“, titolava l’inchiesta, a firma Alberto Nardelli e Craig Silverman.

Critiche non solo dalla politica

Il conflitto di interessi del comico genovese non significa che abbia torto nel criticare la posizione di Pitruzzella. Le risposte colorite di Grillo non sono state, infatti, le uniche note contrarie. Dal mondo del giornalismo arrivano anche critiche più circostanziate (e meno urlate). Per esempio da Fabio Chiusi dell’Espresso:

O ancora da Arianna Ciccone, ideatrice e organizzatrice del Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia:

Come abbiamo ribadito in più d’una occasione, nessuna azienda privata e nessun ente pubblico può stabilire qual è la verità. E dare il potere a un’entità sovranazionale di chiudere d’ufficio un sito web o cancellare una pagina web sono prospettive aberranti, che sanno troppo di censura e autoritarismo (come fa notare Chiusi).

La strada di uscita dall’incubo della cosiddetta Post-Verità non è e non può essere facile. C’è in ballo la libertà di diffusione dell’informazione, non questa o quella elezione ‘andata male per colpa del web’.

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