Giovane madre “massacrata” sui social per una notizia falsa: tragedia in Uk

Hackerano il profilo e pubblicano una falsa confessione. L'odio mediatico spezza la vita di una 23enne
Progetto senza titolo(23)

Falsa accusa sui social media finisce in tragedia. Protagonista una giovane madre, 23enne di Manchester, Jayne Pearce, che è stata accusata di aver tentato di uccidere un bambino. La notizia era stata diffusa su Facebook, scatenando l’odio di alcun utenti, nonostante i fatti non fossero stati accertati.

“The truth will always come out”. “La verità viene sempre a galla”, ha scritto sul suo profilo Facebook, dopo essere stata prosciolta. Ma non è bastato ad evitare la tragedia.

Foto: Facebook

Falsa confessione sulla home di Facebook

Non si sa cosa abbia spinto altre due giovani madri, Leonie Hampson-Ogden e Shauna Stanway, di 24 e 21 anni, ad accusare Jayne di aver provato a soffocare uno dei loro figli. E successivamente ad hackerare la sua pagina Facebook per postare una falsa confessione. Eppure quest’odio ha portato all’arresto della donna e la sua incarcerazione per tre mesi in attesa del processo. Jayne è rimasta in cella finché la sua innocenza è emersa dalle indagini, è stata prosciolta dalle accuse e scarcerata.

Ma il giudice ha potuto cancellare le accuse di colpevolezza, non le conseguenze che il carcere ha avuto sulla vita di Jayne. Il trauma dell’esperienza vissuta l’ha indotta all’alcool e alla depressione, finché non è stata ritrovata morta per un mix di vodka, cocaina e antidepressivi.

I social come “strumento del diavolo”

Anche i social network hanno una responsabilità nella morte della giovane madre. Lo dice il giudice Angela Nield, incaricata di occuparsi del caso. Da canale per mettere in contatto vecchi amici che non si vedono da anni, sono stati usati come “uno strumento del diavolo, per commettere qualcosa di sbagliato e criticarsi l’un l’altro. Nel caso di Jayne i social sono stati usati per riversarle addosso tutta l’ira e il disprezzo di alcuni utenti.

Secondo la madre, Jayne era cambiata tanto e la tragedia era prevedibile. La decisione della corte non è riuscita a restituirle la vita che aveva perso, perseguitata dai brutti ricordi del carcere e dall’odio persistente che sentiva addosso e dall’etichetta di assassina che le avevano affibbiato.

Foto: Facebook

L’arma mediatica si ritorce contro chi l’aveva usata

Leonie Hampson-Ogden e Shauna Stanway, le due giovani madri che hanno usato Facebook per avvalorare le false accuse e “crocifiggere” Jayne, si ritrovano ad essere loro stesse oggetto del “vetriolo” mediatico. L’odio che si è diffuso su Facebook ha di fatto impedito loro di svolgere una vita normale (in attesa del processo). Le finestre delle loro case sono colpite da mattoni e non possono uscire senza essere assalite da insulti e aggressioni fisiche e verbali. A nulla servono le lacrime e le scuse, per qualcosa fatto senza comprenderne a pieno le conseguenze.

Forse sui social non conta la verità. Forse è ormai diventato solo uno strumento in cui incanalare tutta la rabbia e la frustrazione della vita moderna. Non contano i fatti, l’importante è avere qualcosa o qualcuno a cui attribuire tutti i mali del mondo e soffocare l’insoddisfazione per la propria vita.

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