Giovani di successo: Filippo Schiano di Pepe fa una startup e vola in Silicon Valley

"Impossibile fare innovazione in Italia, meglio andare via", spiega il fondatore di CoContest
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Trova un problema, cerca una soluzione, crea una startup. E conquista la Silicon Valley, il tempio dell’innovazione in California. La storia di Fillippo Schiano di Pepe, architetto 28enne, è una bella avventura che dimostra come possa andare lontano un giovane con un’idea, determinazione e il coraggio di muoversi per andare incontro al suo destino. Filippo è l’ideatore di CoContest, una piattaforma che mette in contatto online chi vuole arredare o ristrutturare casa con architetti provenienti da ogni parte del mondo.

Con la sua idea Filippo (al centro nella foto)  ha ricevuto premi e riconoscimenti all’estero e in Italia. Tra i più prestigiosi, l’inclusione nella lista di Forbes tra gli under 30 più influenti nel mondo dell’e-commerce.  Non è solo nell’impresa: ha realizzato la startup insieme a suo fratello, Federico, e Alessandro Rossi.

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Il resto lo racconta lui stesso…

Come è nata l’idea?

«CoContest nasce nel 2012 grazie ad una mia idea, quando alcuni anni fa mi ero dovuto trasferire a Londra per esercitare la professione. Negli anni immediatamente successivi alla laurea, infatti, come la stragrande maggioranza dei miei colleghi, ho maturato molta esperienza presso diversi studi di architettura sia in Italia che all’estero, partecipando inoltre ad un gran numero di concorsi di progettazione architettonica. 

Grazie a quest’esperienza, mi sono reso conto delle difficoltà che caratterizzano il mercato della progettazione, dove i più giovani lavorano spesso sotto pagati e con poche possibilità di crearsi un proprio portafoglio clienti. Da qui l’idea di applicare i principi del crowdsourcing al mercato dell’interior design, creando una piattaforma web dove gli architetti provenienti da diverse parti del mondo potessero iscriversi gratuitamente e partecipare alle diverse competizioni private. Così da poter trovare nuovi clienti, dimostrare le proprie competenze e procurarsi una nuova fonte di guadagno».

La startup è entrata in uno dei più grandi acceleratori di impresa della Silicon Valley. Ci racconti quest’esperienza?

«Sì, in realtà siamo stati accelerati da diversi incubatori d’impresa sia in Italia (Luiss Enlabs) e sopratutto all’estero. In particolare fuori dall’Italia abbiamo partecipato prima a Startup Chile, il famoso programma del governo cileno, e poi a 500 Startups a Mountain View in Silicon Valey, uno dei programmi di accelerazione più prestigiosi al mondo. Far parte della 500 Family ha cambiato la visione della nostra startup tra gli investitori, più in Italia che all’estero. Dopo aver finito il programma di 500 Startups, siamo stati in grado di raccogliere 600 mila Dollari in pochi mesi, mentre in Italia nei precedenti 3 anni avevamo raccolto solamente 120 mila Euro, tra l’altro quasi tutti da LVenture il fondo che finanzia le startup accelerate da Luiss Enlabs, l’acceleratore a cui abbiamo partecipato agli inizi in Italia».

Come ti ha cambiato la vita?

«Ovviamente essere stati selezionati da 500 Startups ci ha permesso di crescere nel mercato americano e di spostare la nostra società negli USA, ma l’effetto più significativo è stato quello di riuscire ad accreditarci tra i principali investitori e fondi americani. Infatti l’anno successivo abbiamo raccolto un altro investimento da 1,8 Milioni di Dollari da diversi investitori internazionali, con il fondo americano Draper Associates come leader investor».

Perché in Italia si fa così fatica?

«Credo che la nostra storia sia l’emblema di come il sistema del venture italiano sia purtroppo soltanto un miraggio. Non solo infatti le startup italiane che hanno ricevuto un finanziamento tale da poter effettivamente provare ad esistere (e sottolineo provare e anche esistere che non deve essere confuso con crescere) si contano sulle dita di una mano, ma l’ecosistema sta diventando sempre più autoreferenziale ed ingannevole. In questo modo si sta rubando il futuro di centinaia di giovani italiani, probabilmente i più creativi e coraggiosi, è una vergogna di cui non parla mai nessuno!». 

Su Facebook avete più di 62mila fan. Quanto sono importanti i social per comunicare il vostro progetto? E quale piattaforma social avete si è rivelata più utile al vostro scopo?

«I social possono essere uno strumento molto importante sotto diversi aspetti per la crescita di una startup web. Nel nostro caso CoContest è una piattaforma di crowdsourcing professionale, quindi i social possono risultare uno strumento ottimale sia per l’acquisizione iniziale dei professionisti, sia poi per gestire la community, coinvolgendo i professionisti attivi sul sito nella definizione delle regole e delle nuove funzionalità della piattaforma».

In Italia, la vostra iniziativa ha avuto qualche problema, tu sei stato sospeso dall’Ordine degli Architetti. Come si fa a fare innovazione in settori così tradizionali?

«Secondo me la domanda giusta (e lo dico seriamente, non per posa, e con estrema tristezza) è se sia possibile innovare in Italia. E la risposta è no. Non è possibile per una lunga serie di motivi che combinano aspetti culturali e politici con fattori economici e finanziari, ma principalmente siamo di fronte ad un ecosistema che, preso complessivamente, non avrebbe la forza di lanciare una sola billion web company e invece prova a portarne avanti oltre 5000».  

C’è il rischio di illudere qualcuno?

«Sì. I fondi non ci sono e, come accennavo prima, si finisce per illudere il meglio di una generazione, con costi sociali enormi che emergeranno, per fortuna di chi ci sta speculando sopra, soltanto tra molti anni. Ho però l’impressione che anche i founder italiani siano complessivamente molto più ingenui e predisposti all’indottrinamento culturale. Tanti vengono presi in giro da anni e non se ne accorgono nemmeno o addirittura ringraziano chi li sta ingannando. Poi nel nostro caso, non posso negare che la categoria degli architetti non fosse poi così avvezza al cambiamento e all’innovazione digitale».

Quali consigli dai a un giovane che vuole fare innovazione, partendo dall’Italia, come è successo a voi?

«Come detto, ci vorrebbero davvero troppi cambiamenti per trasformare questo Paese in un terreno fertile per l’innovazione digitale.  Pertanto,  se volete fare una startup innovativa, il mio consiglio è semplicemente non iniziare in Italia»

Categorie
Smart Economy
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