Guai per Facebook. Zuck ha mentito e può pagarne le conseguenze

Irregolarità sull'affare WhatsApp - Facebook e sullo scambio dei dati degli utenti
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Facebook ha mentito all’Europa? La Commissione europea che si occupa di concorrenza e antitrust pensa proprio di sì. In un documento pubblicato ieri, il commissario Margrethe Vestager ha dichiarato che Bruxelles ha aperto un’indagine per capire se il social network di Mark Zuckerberg ha mentito quando ha annunciato, mentre stava completando le operazioni di acquisto di WhatsApp nel 2014, che era “tecnicamente impossibile abbinare in automatico gli account degli utenti di Facebook con quelli di WhatsApp”.

In altre parole, Facebook aveva escluso la possibilità di mischiare i dati degli utenti del social network , come poi ha invece fatto, scatenando il putiferio. Per chi non lo ricordasse, in estate WhatsApp aveva informato gli utenti che i loro numeri telefonici sarebbero stati legati alle identità su Facebook, garantendo così lo scambio di dati tra le due aziende, per fini pubblicitari.

L’Europa vuole vederci chiaro

La tesi della Commissione Europea è semplice: se Facebook aveva affermato che l’operazione che abbiamo descritto era impossibile da realizzare tecnicamente, ora come può giustificare quello che poi è successo? O non sapeva che fosse possibile farlo o è in malafede. Se la Commissione europea dimostrerà la colpevolezza, Facebook sarà costretta a pagare una multa pari all’1% dei suoi ricavi nel 2015: 180 milioni visto che le revenue dello scorso anno del social network hanno toccato i 18 miliardi di euro.

Facebook non ci sta. E risponde alle accuse, spiegando di “aver sempre agito in buona fede e di aver fornito informazioni precise sulle nostre capacità tecniche e sui nostri piani”.

L’Europa come ultimo fortino della privacy?

Le grandi multinazionali del web usano i big data un po’ a loro piacimento. L’Europa sembra attualmente il maggiore difensore della privacy online. La scelta dello scambio di dati tra Facebook e WhatsApp aveva già incontrato tante opposizioni. Johaness Caspar, commissario per la protezione dei dati di Amburgo, aveva ordinato il blocco dell’acquisizione dei dati degli utenti di Facebook da parte di WhatsApp, ma iniziative simili sono state prese in tante città europee.

D’altronde i dati sono il terreno sul quale si vince la “guerra del web”. Per molti analisti rappresentano la moneta del futuro, un mercato che nel 2021 varrà 48,6 miliardi di dollari, e oggi troppo poco regolamentato. E soprattutto concentrato nelle mani di pochi player, Google, Facebook, Amazon, che hanno miliardi di dati sugli utenti e se ne servono per incrementare il volume degli investimenti pubblicitari.

Un regime monopolistico in cui la privacy degli utenti trova pochi difensori (e l’Europa è uno di questi) contro la volontà dei giganti della Silicon Valley.

Tutte le volte che l’Europa multa i big del tech

Facebook potrebbe essere solo l’ultimo big del tech a ricevere una multa da parte delle authority europee. La prima è stata Microsoft che nel 2013 ha dovuto pagare una multa di 561 milioni di euro per il legame troppo stretto tra Windows e Internet Explorer, inserito come browser di navigatore predefinito sul sistema operativo: 15 milioni di utenti non potevano scegliere un altro browser. E continuano le indagini aperte nel 2015 su Google, che secondo le accuse “avrebbe favorito i suoi prodotti nelle pagine di ricerca danneggiando concorrenti e consumatori”. Questa volta la multa prevista è un po’ più salata, rispetto ai “bruscolini” chiesti a Facebook. La multa prevista sarebbe il 10% sui ricavi del 2015: 7,4 miliardi.

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