Il Grande Fratello ci spia: “Sorveglia tutto, social, email e telefonate”

C'è la dittatura in UK? La Corte di Giustizia spaventata dalle leggi per garantire la sicurezza
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Il Grande Fratello c’è e pare sia sbarcato a Londra. Già quasi un anno fa, le normative introdotte dal governo britannico per garantire la sicurezza nazionale avevano scatenato le proteste di cittadini e delle aziende coinvolte (tra cui Facebook, Twitter, Yahoo!, Apple, Microsoft).

Le nuove leggi offrono la possibilità alle autorità britanniche di avere accesso a informazioni su conversazioni social, email, telefonate, messaggi e sulle abitudini di navigazione online di milioni di utenti. Forse anche più del dovuto rispetto allo scopo di garantire la sicurezza nazionale.

Almeno è questa l’opinione della Corte di Giustizia che accusa la nazione di essersi spinta troppo oltre: «Le leggi superano quello che può essere giustificato in una società democratica», denuncia la Corte.

Gli inglesi tutti spiati

La legge sulla sorveglianza, così come è strutturata oggi in UK, obbliga le grandi telco e aziende tech a raccogliere e conservare tutti i dati annuali dei loro utenti.  Una mole incredibile di informazioni a cui le autorità britanniche possono avere accesso su richiesta di un giudice. Una circostanza che ha fatto arrabbiare le aziende coinvolte che temono di mettere a repentaglio così la fiducia che i consumatori ripongono nei loro servizi.

Ciò malgrado, il governo inglese non è mai tornato sui suoi passi, spiegando che la misura serve a scovare terroristi, pedofili e altri criminali e che “la legge non proverà in alcun modo a mettere in pericolo la sicurezza dei dati delle persone”.

Ma non tutti, però, sono dello stesso avviso. Quasi 205mila utenti hanno firmato una petizione per chiedere l’abolizione della legge, con il sostegno dei big del tech che temono che questa misura possa essere “copiata” anche da altre nazioni in europea, danneggiando il loro rapporto con i consumatori.

Ma siamo controllati tutti

Il dibattito sulla privacy online è quanto mai aperto. Il mondo sarà sempre più connesso e ben presto, non solo le persone, ma anche gli oggetti avranno una doppia vita sulla Rete. È la cosiddetta industria dell’Internet delle cose, dove ogni oggetto che possediamo in casa (dal frigorifero fino agli impianti di riscaldamento) o indossiamo (orologi e un domani anche scarpe e vestiti che monitorano battito del cuore e altri parametri vitali), fino all’auto con le “smart car”, saranno collegati online con il rischio che qualcuno abbia accesso alle nostre abitudini, come quelle alimentari, o a informazioni sul nostro stato di salute.

Che succederà di tutta questa mole di dati è la domanda che tutti devono porsi.

Una risposta prova a darla un grande regista americano, Oliver Stone. Il suo film “Snowden” è sbarcato a inizio dicembre nelle sale di tutto il mondo, per raccontare la storia di Edward Snowden, l’ex dipendente della Cia che nel 2013 rivelò il programma di sorveglianza di massa, Nsa. Nel lungometraggio si spiega che i dati non vengono usati unicamente per sorvegliare i terroristi, ma per osservare quello che avviene in certi Paesi e condizionarne la politica interna, che sia un cambiamento di regime in Iraq, in Brasile, Venezuela o Libia. “Attenzione al potere dato a una nazione nella sorveglianza”, spiegano Snowden e Stone.

In questo senso quello che sta succedendo in Inghilterra diventa emblematico di una necessità di trovare un equilibrio tra il dovere di una nazione di difendere i cittadini e sul diritto degli stessi di vedere la loro privacy tutelata e venire a conoscenza su come vengono usati i loro dati in realtà. Altrimenti l’apocalisse prevista dallo scrittore inglese George Orwell nel suo romanzo “1984” è destinata a diventare realtà. Dalla sorveglianza, alla limitazione delle libertà personali, il passo è davvero breve.

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