Come nascono e come si arginano le fake news? Cosa è emerso dal nostro aperitivo

Bufale online: il secondo aperitivo di Socialcom s'interroga sulla polarizzazione degli utenti e sugli strumenti per fermare il confirmation bias
Evento 1

Come si originano le fake news e quali sono le conseguenze che hanno sulla vita di ognuno di noi e in che modi si può arginare il fenomeno. Questi sono i temi discussi nel nostro secondo aperitivo dal titolo “Post verità e social network” – e che saranno centrali nella nuova edizione del nostro convegno: #SocialCom17 che si terrà il 10 maggio alla Camera dei Deputati – che si è tenuto ieri nella cornice della Iqos Embassy a Roma.

A moderare l’appuntamento, il ricercatore Walter Quattrociocchi, che con il suo laboratorio, il CSSLab presso l’IMT – School for Advanced Studies di Lucca, da anni si interessa al tema delle bufale e a come si propagano sulla Rete. Insieme a lui Riccardo Capecchi, Segretario generale dell’Agcom, l’autorità per le garanzie nella comunicazione, e Gennaro Migliore, Sottosegretario al Ministero della Giustizia, sia nel governo Renzi che nell’attuale governo Gentiloni.

Ecco una sintesi dei temi che sono emersi nel confronto tra i tre ospiti.

Così si diffondono le fake news

«Le fake news sono solo la punta dell’iceberg. Il vero “mostro” è la complessità delle informazioni a cui siamo sottoposti», esordisce Quattrociocchi. Il ricercatore spiega qual è il meccanismo che regola la nascita e la diffusione della fake news sulla Rete: «Il web è un mare magnum di cose. I social sono una sorta di “supermercato dell’informazione”, dove ognuno acquista ciò che sembra più coerente con i suoi gusti, al di là della qualità e attendibilità del “prodotto”, anche se si tratta di narrative palesemente false», continua lo studioso.

 

Il fact checking, una falsa soluzione

La verifica delle fonti da persone o enti competenti, il cosiddetto fact checking, è stato richiesto da diversi analisti del web per contrastare le bufale online. Una soluzione in cui Quattrociocchi non crede: «Non funziona. Chi contraddice la visione del mondo che ha l’utente non viene neanche lontanamente preso in considerazione. La percentuale degli utenti che cambia opinione o dà rilievo a una notizia diversa quando gli viene evidenziata una contraddizione, è molto bassa. C’è il cosiddetto effetto backfire: “Se ti dico che le scie chimiche non esistono in qualche modo rappresento il “sistema” e quindi non ho autorevolezza ai tuoi occhi”».

Di diverso avviso il segretario generale AGCOM, per cui è necessario uno sforzo comune tra gli over-the-top (social media, motori di ricerca e così via), il legislatore, le media company, in direzione di un’informazione che faccia dell’accountability la propria prima ragion d’essere: «Le informazioni destinate a un pubblico nutrito, devono essere in qualche modo certificate: con il fact checking faremmo un passo avanti. Un sistema ottimale, però, dovrà garantire la pluralità delle notizie, assicurando all’utente il diritto di ascoltare le diverse posizioni in campo».

Il vero rischio delle bufale: la polarizzazione

Secondo Quattrociocchi il rischio maggiore delle fake news è la polarizzazione del dibattito in qualsiasi campo, come dimostra quello che succede nel campo politico: «Le bufale sono una piccola percentuale del problema. Il nodo centrale su cui deve ruotare il dibattito è la polarizzazione, ovvero la scissione delle opinioni in posizioni estreme di gruppi contrapposti nei quali le persone utilizzano le informazioni unicamente in modo strumentale, non importa se la notizia sia vera o falsa. Bisogna lavorare dal punto di vista giornalistico e legislativo per abbassare la polarizzazione delle opinioni in Rete».

Evento 3

Dello stesso parere Migliore, il quale evidenzia come alcuni gruppi politici abbiano usato le fake news per orientare “pericolosamente” la politica: «Diffamazione e radicalizzazione del dibattito politico che poi si trasforma in violenza sotto altre forme. Questo è il rischio della polarizzazione contro la quale serve un recupero dell’autorevolezza del giornalismo. I giornalisti devono essere molto più preparati e capire che il loro ruolo è cambiato, se oggi scrivi sul Corriere della Sera hai decisamente meno importanza di molti blogger della Rete. Ma assumere maggiore autorevolezza significa anche essere difesi dal punto di vista salariale».

Limitare le fake news per decreto? Sciocchezze

Il sottosegretario alla Giustizia non crede che il problema delle notizie false sia risolvibile solo con delle leggi: «Occorre coinvolgere Facebook, Twitter e Google e trovare con loro degli accordi. La giustizia ordinaria d’altronde non potrebbe intervenire in un mondo che cambia in modo così estremamente veloce. Intervenire sulla diffusione delle bufale per decreto è quindi una sciocchezza. Ma ci sono dei passaggi necessari: prima degli accordi c’è bisogno di capire il meccanismo della diffusione del fenomeno», spiega Migliore.

Evento 2

Al sottosegretario fa eco Capecchi, che commenta in maniera negativa la proposta di legge recentemente presentata in Senato sul fenomeno delle bufale. Una norma che prevede pene fino a 5mila euro di ammenda e addirittura un anno di reclusione nei casi più gravi (i dettagli qui), per chi pubblica o diffonde fake news. «Si tratta di un’impostazione normativa di stampo bulgaro, in cui si rischia di attivare meccanismi molto simili alla censura. Anche perché sui social ci troviamo in presenza di una comunicazione di tipo peer-to-peer: non possiamo intervenire giudiziariamente su un utente che sta semplicemente comunicando con i propri amici. Si andrebbe a ledere in questo modo l’articolo 21 della Costituzione che garantisce la libertà di espressione a tutti, salvo poi risponderne in caso di violazione: non si può intervenire per legge sui rapporti tra due persone».

Altro discorso è, invece, garantire un esteso diritto di replica: «Le informazioni che vengono pubblicate in Rete devono essere date in maniera ampia e circostanziata. Quando questo non avviene, deve essere rinforzato l’istituto del diritto di replica. L’AGCOM, per quanto siano limitati gli strumenti attualmente a sua disposizione per intervenire sul web, ha proprio questo compito: garantire il pluralismo».

Più critico sul tema della responsabilità delle piattaforme social, Walter Quattrociocchi, che evidenzia qual è il paradosso dei social: «Serve un’entità terza che monitori in modo indipendente quello che avviene sui social, come l’ONU o il garante della privacy, ci deve essere un organismo che si occupa di monitorare gli effetti dei social nella vita quotidiana. Per farlo bisognerebbe che le piattaforme diano accesso all’algoritmo, spiegandone il funzionamento. È paradossale che aziende che hanno miliardi di utenti si autoregolamentino».

Tutti gli altri aperitivi di SocialCom: le date e come partecipare

Quello sulle fake news è il secondo dei nostri aperitivi. Ce ne saranno tanti altri (trovi qui la lista). Per prenotarti basta inviare una email a info@socialcomitalia.com. All’interno della email specifica qual è il tuo ruolo nel mondo della comunicazione (giornalista, blogger, social media manager…), oppure perché sei interessato all’evento. Ti ricordiamo che quello di giovedì 23 febbraio non sarà l’unico evento che abbiamo pensato per te. Ecco altri appuntamenti imperdibili.

09/03 “Patrimonio culturale”: l’uso dei social per eliminare confini e intermediazioni”. Dibattito sull’utilizzo e le opportunità che il digital offre al sistema turistico italiano e al patrimonio dei beni culturali.

21/03 “Informazione e social media”. Dibattito su giornalismo e social network, per affrontare i cambiamenti che la rete impone.

30/03 “Un errore sul web è per sempre?” Dibattito sul Diritto all’oblio.

06/04 “La comunicazione al tempo dei social network: innovazione, assenza di intermediari, immediatezza come cambia lo scenario”.

11/04 “Innovazione digitale. Quali storytelling per un Paese che vuole raccontare il futuro?

La cornice della Iqos Embassy

Tutti i nostri appuntamenti si svolgono presso Iqos Embassy a Roma, concept store dedicato all’avveniristico dispositivo IQOS™, sistema rivoluzionario sviluppato da Philip Morris International che scalda e non brucia il tabacco, emettendo un aerosol senza combustione, fumo o cenere.

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