Chi paga le notizie online? Dibattito #SocialCom sul futuro dell’informazione

Un panel di giornalisti si interroga sul modello di business più adatto per sopravvivere online
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«Il rischio è che un professionista dell’informazione abbia difficoltà a farsi pagare. Si è creata l’idea che anche chi non c’entra nulla con il giornalismo possa fare informazione: magari utilizzando slogan o messaggi emozionali, che spesso hanno più follower di notizie vere e approfondite. Questo è molto preoccupante».

Pomeriggio di riflessione sul futuro dell’informazione e del giornalismo online, alla Festa della Rete. SocialCom ha organizzato un interessante dibattito con alcune delle principali figure del giornalismo italiano, sul futuro e sul ruolo dell’informazione nell’epoca dei social network e delle fake news. Il titolo: “Chi paga le notizie?”.

La notazione iniziale è di uno degli ospiti, Emiliano Fittipaldi, giornalista de L’Espresso e unico tra gli invitati a scrivere principalmente sulla carta stampata. Con lui Marco Castelnuovo, Mobile Editor del Corriere della Sera, Petere Gomez, direttore del fattoquotidiano.it, Massimo Mantellini, blogger e opinionista per Il Post, Luca Sofri, direttore de Il Post, Ivan Dompé, Press office & opinion makers relations di Telecom Italia. A moderare gli interventi, Anna Masera, Public Editor de La Stampa.

Le regole della Rete

Prima di passare al tema centrale del dibattito, Anna Masera ha intervistato Riccardo Capecchi, Segretario Generale dell’Agcom, l’Agenzia per le garanzie nelle comunicazioni. Al centro dell’intervista, le regole del web. Il rischio emerso durante la discussione è che si arrivi a un “far web”, richiamando l’immagine del selvaggio west. Anche perché il legislatore è molto lento ad adottare con decisione i provvedimenti normativi necessari.

«Il dibattito sul tema della regolamentazione del web è molto avanzato», spiega Capecchi. «Sia da parte dei principali operatori online che dai fornitori di tecnologia. Ma è arrivato il momento che il legislatore cominci a prendere delle decisioni»

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Soprattutto sulla net neutrality, la cosiddetta neutralità della Rete: secondo questo principio giuridico, gli Internet provider dovrebbero trattare i contenuti che vanno sul web tutti allo stesso modo, senza concedere vie d’accesso privilegiate sulla base dell’interesse economico o culturale.

«Su questo principio dovrebbero basarsi le nuove regole: dobbiamo garantire al cliente/cittadino un diritto all’acquisizione delle informazioni che non dipenda da una scelta fatta a monte da un terzo, a propria insaputa o contro la sua volontà».

Sul punto, Masera ricorda che è stata di recente approvata una Dichiarazione dei Diritti di Internet, alla Camera dei Deputati. Uno strumento «per consentire ai cittadini su Internet di avere gli stessi diritti che hanno nel mondo fisico: libera espressione del pensiero, difesa contro l’hate speech, diritto di conoscere le modalità di raccolta e immagazzinamento dei dati personali e così via».

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Chi paga per le notizie online?

Il dibattito si è poi spostato, tra gli operatori dell’informazione, sul business model del giornalismo online. Su come cioè, le redazioni e le imprese editoriali possono sopravvivere a fronte del netto calo di introiti pubblicitari registrato da quando è stata introdotta la Rete delle Reti. Le opinioni sono diverse e, in parte, discordanti.

Emerge da parte di alcuni l’esigenza di offrire un contenuto di qualità, non solo per i professionisti dell’informazione. Dompé di TIM snocciola una serie di dati sulla diffusione della banda larga in Italia: «Negli ultimi due anni siamo passati dal 24% al 60% di copertura per la banda larga che va dai 30 Mb al Giga. A fronte di questo aumento, però c’è stata una scarsa risposta dai consumatori. Quanti sono stati disponibili a sottoscrivere un contratto che mediamente costa tra i 5 e i 9 euro in più? Meno del 10%. In 10 città italiane offriamo anche la possibilità di sottoscrivere gratis un contratto da 1 Giga al secondo: hanno accettato solo poche decine di persone. Perché? Forse perché le persone non sono abituate a pagare per avere qualcosa in più. Qual è quindi la sfida? Offrire un contenuto, offrire un servizio che giustifichi il prezzo maggiorato».

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Per Luca Sofri, bisogna ricominciare a vedere l’informazione come un valore fondativo della democrazia. «Sosteniamo ormai da anni che le democrazie funzionano soltanto se i cittadini sono bene informati. Spesso i risultati elettorali risultano deprecabili perché gli elettori non lo sono».

Ed è quindi il Settore Pubblico a doversi far carico di una parte dei costi: «Un giornale è un’azienda privata e svolge un servizio privato: non ha l’obbligo della qualità. Su questo l’intervento pubblico potrebbe aiutare, purché sia indirizzato al miglioramento del livello qualitativo delle informazioni. Una soluzione alternativa potrebbe essere quella adottata dal Washington Post, acquisito da Amazon nel 2013: in quel modello, un imprenditore privato illuminato sceglie di acquisire una testata storica proprio perché ne comprende l’importanza come sentinella della democrazia».

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Per Marco Castelnuovo del Corriere il problema assume ancora un’altra sfumatura:

«Nel mondo del giornalismo online non contano tanto i numeri: non me ne frega niente di avere 3 milioni di “mi piace” su Facebook, perché quelli non mi portano un soldo. Con i miei lettori dovrei riuscire invece a creare una sinergia: dobbiamo puntare a creare una relazione vera online, ad ascoltare le proposte dei lettori, a creare una comunità, un legame forte. Con il Paywall del Corriere abbiamo raccolto 35mila abbonati a 10 euro al mese: sono persone che hanno dato forte credito alla nostra testata. E per questo vanno coccolate, coinvolte e ascoltate di più».

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Le notizie ‘basse’: è giusto pubblicarle?

Nell’ambito della discussione sul modello economico per il sostegno dei giornali, è emersa la questione delle cosiddette notizie ‘basse’, che riguardano categorie come il gossip o i video divertenti. Gattini, curiosità, gallery di modelle e vip. Con le visite derivanti da questo tipo di ‘notizie’ molti siti web riescono a rientrare dei costi. Ma il giornalismo dovrebbe avere un’etica diversa? Dovrebbe evitare questi contenuti per offrire l’informazione di qualità necessaria ai cittadini?

Mantellini è convinto che la scarsa redditività del giornalismo italiano dipenda molto dalla qualità. «Perché i siti italiani hanno una dignità giornalistica così inferiore ai loro omologhi in Francia, in Germania, in Inghilterra. Perché su El Paìs o su Le Monde o su Le Figaro o sul Telegraph non ci sono le stupidaggini che ci sono sui siti italiani? L’uomo dai peli delle orecchie più lunghe del mondo, per esempio. O le gallery con 150 foto della soubrette in vacanza. Purtroppo la dignità complessiva del prodotto dipende anche dal modello economico».

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Richiamando la riflessione di Sofri, Mantellini pone come condizione all’eliminazione dei contenuti di basso livello,  un ritorno al finanziamento pubblico ai giornali: «Una soluzione che ho criticato per anni, ma che potrebbe essere necessaria. Se, come credo, c’è un problema di tutela democratica dell’informazione, il Pubblico dovrebbe farsene carico per promuovere un’informazione di qualità».

Più ottimista invece l’approccio di Peter Gomez, che pur sottolineando le difficoltà attuali, crede ancora che un giornalismo autonomo dal finanziamento pubblico sia possibile. Un giornalismo che sappia offrire notizie importanti e che i lettori non trovano altrove, ma anche contenuti leggeri:

«Noi scontiamo un problema numerico, innanzitutto: il New York Times scrive in inglese e ha un miliardo e mezzo di lettori potenziali. L’italiano, invece, è letto e capito da 60 milioni di persone: un pubblico particolarmente ristretto. Ma ce la possiamo ancora fare da soli. Come?  Comprendendo questo principio di fondo: le persone vogliono sapere, sia sulla carta che online, qualcosa che non sanno». E rispondendo a Mantellini sulla questione delle notizie di curiosità, Gomez si chiede:  «Bisogna vergognarsi del “basso”? No, perché dipende da come viene fatto. Anche io guardo le gallery! Dobbiamo riuscire a incuriosire il nostro pubblico, anche in maniera leggera. Si può parlare di mille cose in maniera leggera, non solo i gattini: ci sono 100mila cose leggere di cui si può parlare in maniera dignitosa».

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Castelnuovo interviene sull’argomento, sottolineando una differenza culturale dell’Italia con altri Paesi occidentali: 

«In Italia c’è un altro problema: i soldi su Internet si fanno ancora con le pagine viste. Ecco perché gattini e gallery vanno così forte. In altri Paesi, come gli Stati Uniti, i giornali possono invece offrire degli argomenti di elevata qualità perché vengono ‘rivenduti’ ai pubblicitari in base non tanto alle visite, quanto al tempo speso sul pezzo. Perché? Perché si presuppone che su un pezzo di spessore, il lettore trascorra più tempo, aumentando al contempo la visibilità reale di un banner e la percezione che di quella pubblicità avrà l’utente».

Gattini e fake news: un futuro a tinte fosche?

Il tema delle notizie false si è imposto perentoriamente nel dibattito pubblico successivamente alla vittoria di Donald Trump. Quanto un’informazione poco accurata o decisamente fuorviante ha influito su questa elezione?

«Secondo me con le ultime elezioni americane abbiamo assistito a un evento storico: per la prima volta la stampa tradizionale e di qualità ha percepito chiaramente la propria marginalità. Il 97% dei giornali di carta ha appoggiato la Clinton, ma questo ha contato poco o nulla: per la prima volta, la “cattiva” informazione ha vinto sulla stampa tradizionale», ha commentato Fittipaldi.

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E sul futuro dell’informazione di qualità, il giornalista dell’Espresso è pessimista: «Non vedo futuro: il giornalismo d’inchiesta costa tanto e rende poco, sia dal punto di vista del dibattito che ne scaturisce, sia sul fronte dei ricavi generati. Si tratta anche di un problema culturale: i social hanno fatto abbassare moltissimo il livello di attenzione dell’utenza: oggi è difficile andare oltre i 140 caratteri di un tweet o le poche righe di un post su Facebook. Tra qualche anno, un editore mi dirà: Fittipaldi basta con le inchieste, ti metto a inserire video di gattini sulla colonna destra dell’Homepage, che sicuramente mi rende di più».

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