I più importanti imprenditori hitech alleati contro Donald Trump

Il bando ai musulmani di Trump scatena le proteste dei padroni del Web
Trump

Se fosse un film si chiamerebbe “Tutti contro Trump”. La decisione di mettere al bando i cittadini provenienti da 7 Paesi musulmani per 90  giorni e quella di chiudere le porte ai rifugiati per tre mesi, ha fatto infuriare il web, e soprattutto chi, almeno su Internet, la fa da padrone. Gli amministratori di Google, Facebook, Twitter, LinkedIn, sono solo alcuni dei big del tech che si sono scagliati contro l’ordine esecutivo del presidente americano. Ecco cosa hanno detto.

 Mark Zuckerberg (Facebook)

Il fondatore del social network di maggiore successo al mondo scrive un post di protesta sul suo profilo ufficiale.  Nella prima parte parla delle origini dei suoi bisnonni, venuti da Germania, Austria e Polonia, e dei genitori di Priscilla (sua moglie) entrambi rifugiati da Cina e Vietnam. Poi si dice “preoccupato delle conseguenze dell’ordine esecutivo” e finisce con un messaggio rivolto a tutti gli americani: «Siamo una nazione di migranti e noi tutti traiamo beneficio quando le menti migliori e brillanti decidono di vivere qui. Spero che troveremo il coraggio e l’accoglienza per unire le persone e rendere questo mondo un posto migliore per tutti».

Jack Dorsey (Twitter)

«L’impatto umanitario ed economico dell’ordine esecutivo è reale e preoccupante. Noi tutti beneficiamo da tutto quello che i rifugiati e i migranti offrono agli Stati Uniti», twitta il capo di Twitter.

Sundar Pichai (Google) 

Il capo di Google, immigrato dall’India, scrive una email per rassicurare i suoi dipendenti rimasti “bloccati” dal decreto legge di Donald Trump: «Siamo molto preoccupati dall’impatto di questa legge sui dipendenti di Google e le loro famiglia…», scrive il Ceo che ha visto quasi 200 dei suoi dipendenti essere colpiti dal divieto di tornare negli Stati Uniti.

Jeff Weiner (LinkedIn)

Il capo del social network del business, Jeff Weiner, fa notare come molte delle 500 migliori aziende americane (quelle inserite nella lista di Fortune) siano state fondate da immigrati o dai loro figli: «Tutte le etnie dovrebbe avere le stesse opportunità, questo è il principio fondante degli Stati Uniti», scrive Weiner.

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