Possiamo arrestare una persona solo per aver visitato un sito web?

Un uomo, in Francia, è stato arrestato per aver visitato regolarmente alcuni siti web di propaganda pro-ISIS
isis

La navigazione su siti web che inneggiano al terrorismo è di per sé un reato? Un reato d’opinione? Ed è quindi punibile con l’arresto? La domanda è di quelle che creano non pochi grattacapi.

Perché se la risposta è sì, allora cosa ce ne facciamo della libertà fondamentale, prevista da tutte le democrazie occidentali, di esprimere e conoscere le opinioni più disparate? Se la risposta è no, invece, diamo adito forse a una propaganda malsana che andrebbe invece ostacolata a tutti i costi. Una propaganda che, come nel caso dei gruppi jihadisti, potrebbe poi trasformarsi in atti concreti di violenza.

Qual è l’equilibrio tra queste due esigenze? Il dibattito nasce da due notizie emerse di recente dalla Francia, che stanno facendo molto discutere.

La propaganda pro-ISIS

Martedì scorso, un marsigliese di 32 anni è stato condannato a due anni di carcere e al pagamento di una multa di 30mila € per aver navigato con regolarità sui numerosi siti della propaganda pro-ISIS. Si tratta della pena massima per questo tipo di reato.

Durante la detenzione, l’uomo ha dichiarato di essersi interessato a queste pagine web spinto principalmente dalla curiosità. “Volevo capire la differenza tra il vero Islam e il falso Islam“, ha spiegato alle autorità francesi.

Il presidente della giuria che l’ha condannato gli ha chiesto: “Legge anche altri siti di informazione?“. Su questo punto, l’uomo non ha saputo fornire risposte esaustive. “Quindi non è poi così curioso…“, ha concluso il presidente.

Gli investigatori hanno anche trovato immagini e video della propaganda jihadista sul suo pc, sul cellulare e sulle sue chiavette USB. Il32enne aveva la bandiera di daesh come sfondo del desktop, la sua password era ’13novembrehaha’, chiaro riferimento agli attentati terroristici che l’anno scorso hanno colpito Parigi. I suoi familiari, infine,  lo descrivono come un uomo che si irrita facilmente quando si parla di temi religiosi e che ha cominciato, negli ultimi tempi, a portare la barba più lunga del solito.

Malgrado ciò non c’erano segni che l’uomo avesse intenzione di pianificare attentati. Basta dunque la navigazione online a condannare un uomo al carcere? La discussione è aperta.

La legge che vieta i siti “pro-life”

Sempre dalla Francia, giunge la notizia di un altro tema di dibattito sulla libertà di parola in rete. L’Assemblea Nazionale ha infatti approvato una norma che estende il “reato di ostacolo all’interruzione volontaria di gravidanza” anche all’online.

Con la nuova legge non si potranno più sostenere opinioni anti-abortiste attraverso i siti web. I promotori si dicono intenzionati a condannare i siti Internet “che inducono deliberatamente in errore, intimidendo o esercitando pressioni psicologiche o morali” per dissuadere le donne dal ricorrere all’aborto.

La Chiesa Cattolica d’Oltremanica si oppone alla legge, spiegando che molto spesso le donne che ricorrono all’interruzione volontaria di gravidanza sentono il bisogno di parlare e cercare consiglio. E lo fanno anche online. La legge, quindi, sarebbe un ostacolo legale all’espressione di questo disagio.

Ognuno la pensa come vuole sull’aborto, chiaramente: ma anche qui, in che modo possiamo trovare un equilibrio tra libertà d’espressione e reato d’opinione?

Foto: Day Donaldson on Flickr

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E-life
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