Referendum Costituzionale: errori social del “NO” e del “SÌ” secondo Claudio Velardi

Il fronte del "NO" sbaglia perché troppo aggressivo e il "SI'" perché troppo pedagogico...
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Ma i social influenzano davvero la scelta degli elettori alle urne in vista del prossimo Referendum Costituzionale? A rispondere a queste domande e ad altre curiosità c’è Claudio Velardi, giornalista e saggista italiano con una carriera poliedrica tra incarichi istituzionali, fondazione di giornali e a ruoli di consulenze di comunicazione per diversi politici impegnati in campagna elettorale.

I social e la Rete condizionano gli elettori?

«Una risposta secca è no. Prendiamo, per esempio, il caso di Donald Trump. Mi risulta difficile pensare che un operaio del Midwest abbia votato Trump per quello che la letto e visto sui social. C’è un dato di fatto, tuttavia. La comunicazione politica in Rete è cresciuta. Ciò premesso le scelte degli elettori appartengono alla sfera della realtà che la Rete spesso non intercetta. Noi comunicatori dovremmo avere l’esatta considerazione del nostro ruolo nel dibattito pubblico. Importante, ma mai decisivo».

Quindi non crede che le persone si lascino influenzare da Twitter o Facebook?

«La gente si porrà il problema di cosa votare solo alla fine, forse pochi minuti prima di uscire di casa il 4 dicembre. Prima ha cose più urgenti da fare, come andare a lavoro, badare ai figli, guardare l’ultima serie o programma televisivo. Il dibattito in Rete è fatto per i professionisti, politici, blogger, giornalisti, opinion leader, che oggi sembrano tutti vivere in una nuvola, separata dal mondo reale, come scrivo qui».

Veniamo al Referendum costituzionale. Come giudica le strategie di comunicazione online dei due fronti contrapposti, quello del “SÌ” e quello del “NO”?

«Onestamente non vedo grande qualità. Il “NO” è più militante e quindi anche dal punto di vista quantitativo emerge di più.  La loro strategia appare più aggressiva, ma al tempo stesso difensiva perché tende a difendere un ordine stabilito. Il “SÌ” ha scelto una veste più didascalica e misurata».

Quali gli errori maggiori che individua nelle due strategie?

«Il “NO” ha scelto una linea fin troppo aggressiva che alla lunga può anche essere fastidiosa.  Poi si presenta come un fronte troppo poco compatto, disomogeneo. Irritante risulta invece l’eccessiva “pedagogia” del “SÌ” che dà l’idea di voler sempre insegnare qualcosa. Che poi è un errore strutturale della sinistra in genere».

Quali sono le caratteristiche di una buona comunicazione della politica in Rete?

«Quello che fa la differenza è la capacità di dialogare. La propaganda è fin troppo facile e ci sono casi evidenti, come Salvini. Invece per creare dibattito e dialogo ci vogliono  molte risorse, ma è quello che alla fine ha la meglio. Il dialogo ha forza espansiva, a differenza della propaganda, e può penetrare più agevolmente sulla Rete e sui social che assomigliano sempre di più a tante cittadelle arroccate, fatte di eserciti militanti contrapposti. In un quadro del genere la forza di penetrazione e il convincimento del dialogo possono risultare molto più utili per la causa che si vuole portare avanti».

Come vede il futuro della comunicazione politica su web e social media?

«La comunicazione politica avrà una fase di assestamento. Il dibattito sulle elezioni americane, su quanto le fake news e i social abbiano influito sull’elezione di Trump, avrà un’influenza decisiva nel creare un nuovo tipo di social e di web di qualità. Dove i profili degli utenti, per esempio, saranno tutti verificati e sarà limitata la possibilità di diffondere falsità. Questo nuovo sistema non sarà gratuito, ma a pagamento. Dopotutto, il duro lavoro e le idee si pagano. Le cazzate no».

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