3 cose da evitare per non trasformare un tweet in un epic fail

Doppio check, verifica degli account e sillabare le parole: le chiavi per evitare figuracce
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Un tweet ogni 18 minuti. La durata media della visibilità (e dell’efficacia) di un tweet è poco sotto i 20 minuti. Questa consapevolezza porta i brand a twittare a manetta e spesso a fare errori davvero incredibili: gli epic fail delle aziende sul social dei cinguettii non si contano sulle dita di una mano. Ne racconta alcuni socialmediatoday. Il sito americano usa gli errori su Twitter per lanciare tre lezioni di vitale importanza ai social media manager, se non vogliono fare figuracce.

1. L’importanza del doppio check per un tweet

Socialmediatoday racconta un episodio molto divertente (più per gli utenti che per il brand che ne è stato vittima). US Airlines nel rispondere a un utente, arrabbiato per il ritardo di un volo, scrive un tweet veloce (forse troppo veloce) dove rimanda a un link per offrire info utili in risposta alle critiche ricevute. Peccato che il link rimandasse a una foto pornografica che era stata inviata in precedenza da un utente burlone. Il social media manager ha sbagliato “il copia e incolla”. Risultato: un #epicfail di dimensioni bibliche.

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Cosa possiamo imparare da questa storia? L’importanza del “doppio controllo”. Soprattutto quando si tratta di inviare tweet in tempo reale, senza la possibilità di rivederli, è importante che ci sia un’altra persona che effettua una veloce operazione di verifica.

2. Non è il tuo account, fai attenzione al tweet

Questo è un errore molto comune dei social media manager: scrivere un tweet dall’account aziendale pensando che sia il proprio. A volte ce la si può cavare con un po’ di scuse. Ma in altri casi la situazione può essere molto più grave. Come la disavventura capitata al social media manager di KitchenAid, celebre azienda statunitense che vende elettrodomestici. Cosa gli è successo? Si sbaglia e pensando di essere sul suo profilo (in realtà era su quello aziendale) lancia un’invettiva contro l’ex presidente Barack Obama, all’epoca appena eletto. “La nonna di Obama sapeva che le cose sarebbero andate male. È morta tre giorni prima che lui fosse eletto presidente”. La vicenda è finita con le scuse ufficiali dell’azienda e l’allontanamento del dipendente.

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Una cosa simile era successa anche in Italia, ma su Facebook. Uno degli editor della pagina ufficiale del Corriere della Sera, pensando di essere sul proprio profilo, ha fatto un commento ‘colorito’ riguardo la vicenda del finto rapimento inscenato da Lapo Elkann (ne abbiamo parlato qui).

Cosa possiamo imparare da queste storie? I social media manager che gestiscono in contemporanea più di un account, possono evitare problemi di questo tipo loggando ognuno dei profili su un dispositivo diverso (pc, iPad, smartphone), per evitare di fare errori irreparabili.

3. Una “o” in meno può fare la differenza in un tweet

Mai essere superficiali. Una distrazione, un errore nello scrivere una parola in un tweet possono essere fatali. È quello che è successo a Sephora quando ha pensato di lanciare un hashtag che sarebbe dovuto essere “Countdowntobeauty”. Peccato che nella fretta della pubblicazione, il social media manager abbia omesso una “o” nello scrivere la parola “count”. Ne è venuto fuori un termine abbastanza volgare, utilizzato per definire l’organo sessuale femminile.  Puoi immaginare i commenti degli utenti sulla Rete.

Cosa possiamo imparare da questa storia? Qui la lezione è molto più semplice. Riguardare un attimo quello che si sta per pubblicare e sillabare le parole per capire se sono nascosti “orrori” come nel caso di Sephora.

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