Walter Quattrociocchi: «Le bufale popoleranno la Rete ancora per tanti anni»

Tra i principali studiosi delle bufale online, Quattrociocchi ci spiega perché il fenomeno è destinato a dominare la Rete per tanto tempo
Walter Quattrociocchi

«Le fake news si diffondono in quei gruppi dove c’è maggiore polarizzazione», spiega Walter Quattrociocchi. Ricercatore, con il suo laboratorio, il CSSLab presso l’IMT – School for Advanced Studies di Lucca, si occupa già da anni dell’analisi delle teorie del complotto, di informazioni false e di come queste si propagano sulla Rete. Per farlo, lui e il suo team si servono di modelli matematici innovativi e strumenti della scienza sociale computazionale. I suoi studi sulla diffusione delle informazioni false sono citati dalla stampa nazionale e internazionale.

Moderatore al nostro incontro di ieri dal titolo, “Post verità e social network”, ci spiega perché il tema delle bufale online ha acquisito tanta importanza oggi, quali sono i rischi e le possibili soluzioni.

Oggi tutti sembrano interessati al fenomeno delle bufale online. Tu che te ne occupi già da diversi anni, perché l’attenzione è così alta oggi rispetto al passato?

«Nell’ultimo periodo il tema è diventato un “hot topic” soprattutto per l’interesse della politica, pensiamo alle iniziative di Laura Boldrini. Alla politica si sono poi aggiunti i giornalisti che stanno tuttora ragionando su quanto la diffusione delle bufale abbia a che fare con la crisi del loro mondo, con la perdita della loro autorevolezza. Oggi la questione ha una straordinaria valenza sociale. Non è un caso se l’Oxford Dictionary abbia eletto Post Truth (post verità) come parola dell’anno nel 2016. E se il Word Economic Forum considera la “misinformation” come una delle sfide più grandi dell’umanità insieme al terrorismo».

Quali sono i rischi reali che si nascondo dietro le bufale che circolano sulla Rete?

«Le fake news sono solo una piccola percentuale del problema. Il nodo da sciogliere è quello della polarizzazione, l’estremizzazione delle opinioni sulla Rete. Con la polarizzazione succede che gruppi di persone acquisiscono informazioni e le condividono solo se sono in accordo con la loro idea di mondo, senza che ci sia spazio per un’analisi critica sulla verità o meno della fonte. Questo fenomeno preoccupante avviene nello stesso modo a destra come a sinistra. E c’è una stretta correlazione tra fake news e polarizzazione: le bufale nascono infatti proprio all’interno di questi gruppi contrapposti».

Evento 3

Quali sono le soluzioni per ridurre la polarizzazione?

«Servono interventi a livello giornalistico e legislativo. Interventi strutturali e non superficiali. Pensare al fact checking, per esempio, a un ente che si occupi di verificare la veridicità delle informazioni che avviene in Rete, è una falsa soluzione. Non funziona. Chi contraddice la visione del mondo che ha l’utente non viene neanche lontanamente preso in considerazione. La percentuale degli utenti che cambia opinione o dà rilievo a una notizia diversa quando gli viene evidenziata una contraddizione, è molto bassa. C’è il cosiddetto effetto backfire: “Se ti dico che le scie chimiche non esistono in qualche modo rappresento il “sistema” e quindi non ho autorevolezza. I nostri lavori di ricerca sono oggi orientati proprio a capire quali soluzioni è possibile adottare».

Quali sono le responsabilità delle piattaforme social e come fare a convincerle a collaborare?

«È paradossale che aziende che hanno miliardi di utenti si autoregolamentino. Serve un’entità terza che monitori in modo indipendente quello che avviene sui social, come l’ONU o il garante della privacy, ci deve essere un organismo che si occupa di monitorare gli effetti dei social nella vita quotidiana. Per farlo bisognerebbe che le piattaforme diano accesso all’algoritmo, spiegandone il funzionamento».

Cosa prevedi per il futuro? Come cambierà la situazione?

«Continuerà così per diversi anni. Ridurre la polarizzazione è un processo lungo».

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